venerdì 19 dicembre 2008
domenica 23 novembre 2008
Comunicare in pubblico - III Parte
Oggi cerchiamo di concentrarci su alcune variabili che il buon oratore deve tenere sotto controllo nell’imminenza del discorso e durante il suo svolgimento. Cercherò anche di farvi capire quanto sia importante un adeguato collaudo degli apparati tecnologici di supporto e una sufficiente familiarità con l’ambiente in cui deve tenersi. Analizzeremo poi le problematiche relative al contenuto del discorso e al rapporto con il pubblico in sala, per imparare ad andare oltre il semplice intrattenimento e far sì che il proprio intervento possa raggiungere efficacemente gli ascoltatori. Se la sala è attrezzata con strumenti per la comunicazione audio e video (microfoni, amplificazione, videoproiettore, ecc.) possono crearsi molti spiacevoli inconvenienti che rischiano di rovinare la prestazione. La sala va visitata almeno qualche minuto prima di iniziare e gli strumenti vanno provati e sistemati. Le macchine sono utili ed efficaci, ma devono funzionare bene e bisogna saperle utilizzare. Nel public speaking le emozioni, il vissuto personale, il coinvolgimento, sono importanti per trasmettere al pubblico qualcosa di credibile ed utile. Tu, come un bravo attore, dovrai parlare a tutti, arrivare a tutti. Dovrai provare e riprovare, fino a che non si sarà abbassata la paura del giudizio, e avrai acquisito sufficiente sicurezza. Dietro le quinte, da qualche parte, dove puoi stare tranquillo, organizza un tuo spazio. Sarà il luogo dove potrai rilassarti prima di entrare in scena. Ti basta una sedia. Siediti più comodamente possibile, rilassa il corpo, chiudi gli occhi e fai qualche respiro profondo per rilassarti. E' normale provare un po' d'ansia prima di parlare in pubblico, ma una giusta dose di tensione aiuta a dare il meglio di sé. Ora tocca a te! Seduto o in piedi, di fronte a tanta o poca gente, sconosciuti, colleghi, allievi. Conta veramente molto poco. L’emozione dell’inizio, il primo contatto, è sempre forte, anche dopo anni di esperienza. Prenditi tutto il tempo che vuoi, ma non iniziare mai con il fiato in gola. Devi organizzare bene le prime parole che pronuncerai, puoi anche impararle a memoria, questo è un segreto per rompere il ghiaccio, il resto verrà da sé. E se ti capita di dover affrontare un argomento tecnico, di per sé arido, poco coinvolgente? Senz’altro dovrai far ricorso ai media, agli schemi, per rendere quanto più possibile comprensibile il tema che stai trattando. Ma in termini di comunicazione non cambia nulla: dovrai comunque attrarre il pubblico ed essere in grado di coinvolgerlo. Albert Einstein parlava di fisica, di atomi, disegnava formule alla lavagna, eppure in sala non volava una mosca! Stai attento a mettere troppa passione nel discorso: se non riesci a contenere la pressione emotiva che ti spinge a voler dare troppo, la tua generosità verbale ti condurrà fuori tema. Inizierai a prendere troppe vie trasversali, a ramificare troppo il discorso, oppure a procedere per cerchi concentrici, allontanandoti troppo dal nucleo centrale. Il rischio dei tre modi di procedere è perdere la strada e dilungarsi oltre i tempi previsti. La battuta spiritosa è un fattore coinvolgente, ma se esageri, scaricando la tensione in una serie di risate e di gag, otterrai un effetto comico che ti screditerà come relatore. La comicità và calibrata puntando su qualche sorriso, per poi tornare alla serietà professionale. Attingere troppo da modelli di public speaking televisivi (la dialettica dei conduttori di telequiz, show man, spettacolo di varietà, ecc.) porta a costruire una maschera, uno stereotipo comico inadatto alla maggioranza delle situazioni pubbliche relazionali. Il pubblico lavora con te. Se riesci ad immergerlo nel tuo flusso di comunicazione, si creerà una sorta di complicità data dal silenzio “attivo”. Si tratta di un silenzio inequivocabile, dove davvero stai trasmettendo qualcosa di importante. Il pubblico sa riconoscere subito un bravo oratore, dalle prime battute. Non devi cercare di convincerlo di essere preparato, non devi agire per sedurre: devi arrivare al pubblico solo perché sai quello che dici e come lo stai dicendo. Perché sei concentrato e soddisfatto di te. Il pubblico tende ad immedesimarsi con il relatore, ed è per questo che devi essere in grado di offrire la tua parte migliore (sia di uomo che di esperto). Raccontare esperienze personali è il modo migliore per portare sul piano della pratica, del “fare”, anche i contenuti più difficili. L’esperienza personale vince sui tecnicismi, sul più ricercato dei linguaggi, proprio perché agisce sul vissuto personale del pubblico. Coinvolgere? Non devi mettercela tutta. Devi restare sul piano della libertà di pensiero e sull’assenza di intenti manipolatori. Non è un buon metodo “costruire” il coinvolgimento, perché se anche, apparentemente, si ottiene consenso, non avrai agito in direzione dell’apprendimento. Lo scopo del public speaking è arrivare alle persone, non accontentarsi di averle intrattenute. Pensa sempre come puoi fare a costruire esempi diretti. Utilizza oggetti, porta con te creatività e innovazione, per trovare la chiave di una comunicazione personalizzata, visiva. Non ci sono limiti, se non quelli che ti impone la paura del giudizio, ma se non affronti il rischio del nuovo, della sperimentazione, resterai sulla linea di confine tra il relatore mediocre e il prestigiatore con il cappello magico. Il public speaking deve tener conto della capacità di gestione di un dibattito. Ti troverai a trasformare il ruolo di relatore in moderatore, e a dover: memorizzare le richieste di intervento per non scontentare nessuno; impedire che qualcuno trasformi una domanda in un palco personale; decidere se rispondere subito o raccogliere i quesiti e soddisfare le richieste alla fine; fare i conti con il tempo per non lasciare domande aperte e dubbi. Questi sono solo alcuni dei consigli più “famosi”, tutto il resto come sempre è esperienza!!! Non aver timore di comunicare, ricordati che questa è la sola strada verso il successo!!! Prossimamente cambieremo argomento (ormai non dico più mercoledì prossimo :-) Ciao a tutti alla prossima.
giovedì 13 novembre 2008
Comunicare in pubblico - II Parte
Contrariamente a ciò che suggeriscono i decaloghi del public speaking, che ingessano la relazione, bisogna imparare ad essere interpreti del messaggio e non personaggi, lasciando spazio all’ironia, mostrando le proprie emozioni e ricercando il dialogo con il pubblico. Comunicare in pubblico è un compito non facile e, più aumenta il numero delle persone che ascoltano, più aumentano le difficoltà. Si perde il contatto diretto, si devono raggiungere tante menti diverse, ci si deve confrontare con universi emotivi spesso opposti e diminuisce la percezione visibile del feedback. L’oratore, come l’attore, affronta il palcoscenico con il corpo, la testa, il cuore, e deve essere perfettamente centrato su se stesso se vuole ottenere una performance di alto livello. Lo stile personale origina il carisma, ossia quel fascino che attrae le persone come una calamita e le apre all’ascolto. Gli oratori carismatici sono dotati di grande eloquenza, di un vocabolario ricco, di flessibilità vocale. Si muovono con grande disinvoltura sul palcoscenico e, come i grandi attori, sono in grado di tramutare una “papera” in una battuta ironica, di rivolgersi a tante persone come se dialogassero con un amico, con familiarità ed empatia. Dote indispensabile per parlare in pubblico è la capacità di concentrazione per lunghi periodi di tempo. Si entra in scena e si inizia, senza aspettare cenni di consenso da parte del pubblico. Mentre, da un lato, l’oratore deve restare in contatto emotivo con il proprio uditorio, da un altro egli deve anche sapersi isolare dall’ambiente esterno (dai rumori, dai disturbi), deve procedere lungo la strada del proprio pensiero. La timidezza si vince più probabilmente "buttandosi" nelle situazioni, di getto, affrontando il disagio di esporsi e lasciando la comodità del vivere da osservatori degli altri. Nelle scuole di teatro è la prima cosa che si insegna ai futuri attori. Provare, riprovare, imparare ad ascoltare quell’eco che alle prime esperienze continua a risuonare: il battito accelerato, la voce che rimbomba, che esce e si libera sempre più dalle emozioni negative. La timidezza si vince con la tenacia, affrontando la paura. L’ansia da prestazione è generata dalla paura del giudizio cui ci si espone. Le persone in preda all'ansia tendono ad affrettare i discorsi, a giungere prima possibile alle conclusioni per liberarsi di quel peso che quasi fa andare in apnea. Altre volte gli ansiosi sommergono l’uditorio di un fiume di parole, troppe, e dette troppo velocemente. L’arte del public speaking sta anche nel costruire lentamente la comunicazione, riflettere, vivere i silenzi come opportunità di concentrazione, rallentare per battere, paradossalmente, l’ansia. L’oratore perfezionista difficilmente piace al pubblico. Le persone hanno bisogno di serenità per ascoltare davvero, non devono vivere il nervosismo dell’oratore, né i tentativi di far apparire tutto a posto al 100%. Sull’incidente oratorio (ad esempio lapsus, gaffe, papere) i bravi comunicatori ridono per primi. Spesso, sono anche in grado di utilizzare quell’incidente come elemento di comunicazione. La comunicazione non verbale, espressa mediante il corpo, trasmette molto più delle parole, poiché è una comunicazione emotiva, inconscia. Lo stato d’animo del relatore viene dichiarato al pubblico anche senza intenzionalità. Cercare di nascondere le emozioni e bloccare il corpo produce solo un effetto ridicolo: in questo senso l’oratore non ha la capacità dell’attore di riprodurre gesti da copione, né deve acquisirla. I modelli del passato offrivano l’immagine di relatori compiti, impettiti, quasi ingessati, aggrappati ad un
leggio. Addirittura i best seller americani diffondevano inquietanti decaloghi su cosa fosse giusto o sbagliato nel public speaking, seminando panico tra i novizi e offrendo modelli stereotipati ai più esperti. In realtà regole non ce ne sono, l’importante è “arrivare” alle persone, stabilire un dialogo, anche se apparentemente dal pubblico non si riceve risposta. Come? Essendo davvero se stessi, offrendosi con grande slancio e disponibilità. Il relatore deve essere interprete del suo messaggio, ma non deve creare mai un personaggio. Questo diventerebbe la caricatura, la maschera: un filtro inaccettabile che è generato dalla ragione e blocca l’emozione spontanea. E’ più interessante sentire un oratore dichiarare: “sono emozionato”, che non soffrire insieme a lui mentre suda, si muove impacciato, non trova le parole, ma nega l’emozione sotto una maschera di apparente tranquillità. Tuttavia, alcune considerazioni sul corpo sono da ritenersi importanti per il public speaking. Ad esempio lo sguardo va rivolto a tutto l’uditorio, e di tanto in tanto fermato su un gruppo di persone: in questo modo la panoramica farà sentire tutti coinvolti, e il soffermarsi su alcuni, sempre diversi, sarà utile per personalizzare l’intervento. In sala bisogna muoversi: restare impettiti sempre nello stesso posto genera noia. Infine la voce deve essere attivante, deve cambiare di tono e ampiezza per dare ritmo alla comunicazione.
Per oggi mi fermerei qui, vi saluto e vi aspetto il prossimo mercoledì con il post conclusivo sul public speaking. Ciao
mercoledì 22 ottobre 2008
Comunicare in pubblico - I Parte
La preparazione del public speaking costituisce un’attività complessa, cui l’oratore deve dedicare tempo e attenzione. L’orazione non può, infatti, essere affidata esclusivamente al talento del relatore, ma deve essere anche frutto di un’adeguata pianificazione. In questo modulo impareremo a preparare un discorso, tenendo conto delle variabili fondamentali che l’oratore deve saper gestire. Preparare un discorso pubblico è un po' come scrivere la trama di un romanzo: per farlo occorre imparare a rispondere alle domande fondamentali che aiutano nell'organizzazione dei contenuti e delle forme espressive. L’"ars oratoria" non è un’improvvisazione basata sul carisma del relatore. Senza una buona progettazione la comunicazione viene danneggiata dall’approssimazione o dalla mancanza di punti di ancoraggio. Già Cicerone indicava un metodo per la preparazione di un’orazione pubblica. La retorica classica suggerisce una serie di domande cui rispondere, che non si discostano molto dalle 5 W anglosassoni attualmente usate come punti di riferimento per costruire la scaletta di un public speaking. Un discorso, per essere chiaro ed efficace, deve rispettare la regola inglese delle 5 W: WHAT (il tema), WHO (il pubblico), WHY (gli obbiettivi), WHEN (il tempo), WHERE (lo spazio). Di cosa bisogna parlare? L’argomento è il primo elemento che deve prendere forma, in quanto dà una sorta di titolo alla definizione dei contenuti: circoscrivere il focus dell’intervento è importante per non rischiare la generalizzazione, per non cadere nella dispersione delle informazioni rischiando di sfilacciare il discorso. Il tema deve essere subito affrontato come un nucleo centrale da cui possono diramarsi approfondimenti e brevi divagazioni, ma al quale bisogna sempre tornare. Chi ascolterà il discorso? Raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sul pubblico aiuta a definire la modalità di comunicazione, l’approccio al tema, gli esempi, lo stile di comunicazione. Dati importanti da rilevare sono: sesso, età, lingua, livello culturale, conoscenza del tema, obiettivi del pubblico, resistenze/barriere/preconcetti diffusi, numero di partecipanti. Quale scopo si vuole raggiungere? La meta è il progetto, il disegno finale che dovrà essere completo, raffinato, sintetico e che dovrà essere trasmesso al destinatario nel modo più comprensibile possibile. Gli obiettivi aiutano a circoscrivere il tema, ad introdurre ciò che davvero è utile, evitando di prendere strade senza uscita. E’ utile ricordare rispetto agli obiettivi da raggiungere, di inserire in giusta misura: ciò che è necessario, ciò che è utile, ciò che è complementare, ciò che è accessorio. Il tempo ha un significato doppiamente rilevante. Quanto tempo si ha a disposizione per preparare il discorso? Bisogna essere certi di poter dedicare del tempo alla preparazione della traccia. Inoltre, entrare in sala sottovalutando i rischi dell’emozione potrebbe portare a gestire in maniera inefficace il proprio intervento. Occorre quindi avere il tempo per creare il silenzio dentro di noi. Quanto tempo si ha a disposizione per il nostro intervento? Provare il nostro discorso ad alta voce ci permetterà di valutare la resa del nostro discorso, e se i contenuti previsti possono essere affrontati adeguatamente nel tempo a nostra disposizione. Dove avverrà la comunicazione? Lo spazio è un elemento chiave del Public Speaking: le dimensioni della sala, la presenza di attrezzature, la luce, lo spazio fisico in cui muoversi e la distanza dal pubblico, sono variabili fondamentali. Inoltre lo spazio significa anche la qualità del luogo, e comporta scelte di abbigliamento, di postura, di toni, completamente diversi. Cambia molto se ci si trova a parlare in un luogo istituzionale, in un albergo, in un agriturismo, o in una piazza affollata. La modalità di comunicazione è l’ultima scelta da fare perché deriva da tutte le componenti precedenti. A seconda degli obiettivi potrà esserci una maggiore enfasi sulla seduzione (pubblicità, convention di venditori, campagne elettorali, ecc.), la concretezza (meeting scientifici, report di progetto, ecc.), l’eleganza (riunioni formali, istituzionali, accademiche, ecc.), le emozioni (formazione, spettacolo, ecc.). O un accurato mix di tutto questo: il professionista della parola. Se i tempi lo permettono, lasciamo che la trama del nostro intervento viaggi con noi, nelle attività quotidiane. Ogni tanto, se non ci facciamo assalire dal senso del “dovere”, o dall’ansia da prestazione, ci arriverà un nuovo stimolo, un pensiero creativo, che ci aiuterà a preparare il nostro discorso. La chiarezza prenderà forma in una visione che ci emoziona, si arricchisce di particolari colti in altri contesti, che, casualmente, contribuiscono al progetto di comunicazione. Per scrivere una scaletta si parte da tre nodi fondamentali, che si possono memorizzare con la metafora dell’aereo: il decollo (apertura), il volo (nucleo), l’atterraggio (chiusura). L’idea del viaggio implica la sua durata (tempi), il bagaglio da portare (conoscenze), la curiosità (approfondimenti), la sperimentazione (l’innovazione). L’apertura di un discorso è una fase molto delicata. La tensione emotiva sarà al massimo e sarà importante partire senza esitazioni per non compromettere tutta la performance pensando “mi sto dilungando, ho perso il filo, ma che sto dicendo...”. Occorre trovare l’attacco, qualcosa che dia al pubblico un motivo per ascoltarci. Ad esempio si può ricorrere a metafore, esempi, aneddoti, racconti del proprio vissuto. Il nucleo del discorso può essere progettato a seconda della durata e dei contenuti, con diverse modalità narrative. Ad esempio può essere: un unico corpo con costanti divagazioni che sfiorano possibili approfondimenti, una serie di sintesi del tema affrontato per segmenti e completo in ogni parte, un flashback che parte dalle conclusioni per ricostruire il processo. Spesso nei convegni si arriva ad improbabili chiusure, dettate più dal tempo scaduto e dalla gente che comincia ad andarsene, che dalla volontà del relatore. Anche la chiusura va progettata, atterrando per gradi, ossia procedendo, indipendentemente dallo stile di comunicazione, alla chiusura progressiva del tema affrontato. Una buona strategia consiste nel conservare per la chiusura le informazioni più importanti (promesse in itinere), oppure ricorrere ad una battuta, un aforisma, che aiuti le persone a memorizzare l’evento. Se il Public Speaking è orientato all’utilizzo dei media, i materiali di supporto devono essere progettati con metodo e inseriti in scaletta nel punto esatto, per incastrarsi con il discorso parlato. I supporti devono essere coerenti sia per linguaggio, che per contenuti. Non è consigliabile esagerare poiché gli stimoli offerti dal multimediale sono a rischio di sovraesposizione: possono contenere troppe distrazioni e addirittura fuorviare la comprensione del messaggio. Le slide sono il supporto più veloce da preparare, e per questo si rischia di proporne troppe, annoiando il pubblico e allontanando l’attenzione dall’oratore. Le slide tuttavia sono modificabili anche all’ultimo momento, si possono scartare e aggiungere, seguono il ritmo della comunicazione. L’importante è non decidere di “farsi raccontare” dalle slide leggendone il contenuto: la loro utilità sta, infatti, nel proporre una scaletta sottolineando i punti chiave, non nel sostituirsi all’oratore. Il PC è uno strumento flessibile e può davvero offrire un alto livello di multimedialità. Alternando testi, slide, filmati, grafica, collegamenti ad Internet, è possibile organizzare tutto il proprio discorso, creando sempre occasioni innovative di incontro. Il PC va gestito come uno strumento creativo e, in fase di progettazione, può diventare la “valigetta” contenitore di tutto il sapere necessario. Progettare un audiovisivo strutturato, quali ad esempio un documentario, un film, un'animazione multimediale, è un operazione lunga e complessa, costosa, che molto di rado l’oratore può concedersi. Tuttavia, in presenza di questo tipo di supporti, occorre progettare uno spazio autonomo, dove i commenti saranno fatti prima e dopo, ma ci sarà assenza di relatore durante la visione. Gli audiovisivi strutturati occupano completamente l’attenzione del pubblico.
Per oggi mi fermerei qui, avrete tempo di riflettere sulle cose che ci siamo dette e continueremo a discutere del public speaking mercoledì prossimo. Ciao
mercoledì 15 ottobre 2008
I Modelli della Comunicazione – III° Parte – PNL e Analisi Transazionale
I sistemi rappresentazionali sono basati sui sistemi percettivi: visivo (vista), uditivo (udito), cinestetico (sensazioni corporee), olfattivo (olfatto), gustativo (gusto). Ogni persona ha il suo sistema rappresentazionale dominante, quello cioè che preferisce utilizzare per acquisire o recuperare informazioni. I livelli logici sono credenze, valori e identità. Se non si sa dov’è posto il bersaglio non si può scagliare la freccia sperando di far centro. È utile allora seguire delle regole per raggiungere un obiettivo in maniera organizzata: in tal modo sarà possibile anche capire qual è la propria “mission”, andando oltre le credenze e acquisendo maggiore consapevolezza della propria identità. I metaprogrammi sono degli schemi interni di riferimento di cui gli individui si servono in modo consapevole per organizzare l’esperienza.Le esperienze quindi passano attraverso filtri sensoriali, comportamentali, sociali e culturali, sostanziandosi in una personale “mappa del mondo”, incanalando così il pensiero in solchi che il proprio ragionamento tende a seguire: riconoscere i metaprogrammi altrui permette di utilizzare le stesse tracce di pensiero, facilitando la relazione comunicativa.Ecco un esempio di metaprogramma di un’esperienza: sono nella biblioteca a sedere comodamente sulla poltrona, è pomeriggio e rimarrò qua un paio di ore (contesto). Sto leggendo un libro che mi piace (comportamento). Di solito leggo velocemente, ma adesso lo faccio lentamente e intercalo degli spazi di riflessione per assimilarne i contenuti, cogliere nella sua complessità la visione dell’autore e ricreare nella mia fantasia ciò che descrive (capacità). Quello che sto facendo mi procura piacere, interesse (convinzione). E’ un momento di crescita personale (valore). Sono una persona che ha curiosità verso il mondo (identità). Il metamodello è lo strumento linguistico di precisione. Il linguaggio porta spesso in vicoli ciechi: le sue trappole si chiamano generalizzazioni, cancellazioni, deformazioni della realtà. Il metamodello insegna proprio a scardinare quei costrutti linguistici ambigui, contribuendo al processo di cambiamento e di comprensione.
L'Analisi Transazionale è stata fondata da Eric Berne negli anni '50. Attraverso i suoi principi è possibile rendere immediatamente applicabili ed efficaci gli assiomi della comunicazione umana, coinvolgendo se stessi in un processo di apprendimento che farà acquisire nuovi strumenti, operativi e non solamente teorici, per relazionarsi con il mondo esterno alla ricerca di una comunicazione più consapevole. Secondo l’Analisi Transazionale l’individuo affronta la realtà attraverso tre diversi stati dell’Io: Genitore, Adulto, Bambino. Tali stati si manifestano come insiemi di azione-reazione nel processo di relazione con altri individui. Lo stato dell’Io Genitore comprende tutti i comportamenti appresi dall'ambiente esterno, e soprattutto dai genitori anagrafici. Ad esempio l'insieme delle proibizioni e delle imposizioni ricevute durante l'infanzia. Lo stato Genitore rappresenta la vita come apprendimento e possiede aspetti negativi e positivi, secondo 4 categorie:
- Il Genitore Normativo (GN), che imita comportamenti autoritari, utilizza intimidazioni al posto di consigli
- Il Genitore Affettivo (GA) che utilizza atteggiamenti positivi e di supporto legati alla norma, alla regola della vita comune, nel rispetto di sé e del mondo circostante
- Il Genitore Persecutore (GP), che esercita potere per compiacere un suo bisogno soggettivo
- Il Genitore Salvatore (GS), che incentiva il rapporto di dipendenza nei propri confronti.
Lo stato dell'Io Bambino raggruppa i comportamenti emotivi dell'uomo, sia che dimostrino sottomissione, sia ribellione. Anche nello stato Bambino ritroviamo comportamenti che riportano all'infanzia e alle emozioni risultanti dal confronto con i genitori anagrafici e con l'ambiente esterno. Allo stato dell’Io Bambino corrispondono quattro classificazioni:
- Il Bambino Adattato (BA) presenta atteggiamenti di rispetto delle norme, senza alcuna interpretazione di esse
- Il Bambino Libero (BL) è la posizione dell'Io che lascia libere le emozioni
- Il Bambino Ribelle (BR), incarna la trasgressione alle norme e alle regole del vivere sociale
- Il Bambino Sottomesso (BS) si comporta con mitezza ed eccessiva subordinazione.
L'Adulto è un insieme di pensieri, sentimenti e comportamenti coerenti con la situazione che si sta vivendo (luogo e momento, qui ed ora). Con lo stato dell'Io Adulto indichiamo la nostra capacità di elaborare continuamente nuovi dati, senza necessariamente fare ricorso a vecchi schemi e risposte incamerate nel nostro Genitore o Bambino. L'Adulto è la nostra capacità di autoprogrammarci, di assumerci le responsabilità delle nostre scelte e delle nostre relazioni. L'Io di ognuno è quindi composto da questi tre differenti stati, il Genitore (G), l'Adulto (A) e il Bambino (B), che costantemente si mostrano all'esterno attraverso specifiche parole, tono della voce, gesti, espressioni, postura, atteggiamenti, ovvero quelle che vengono chiamate le funzioni operative di ogni stato dell'Io. Ogni volta che si comunica con gli altri questi stati si alternano e si incrociano dando diversi significati alla comunicazione. Conseguenza dell’azione dei diversi stati dell'Io, che si mettono in campo in una relazione, è la “transazione”, ossia lo scambio relazionale. L’Analisi Transazionale analizza le possibili transazioni e le classifica in transazioni complementari e transazioni incrociate. Noi siamo al centro dell'universo di scambi con il mondo esterno, gli altri si rapportano a noi a partire dallo stato dell'Io complementare al nostro. Se osservo lo stato dell'Io che percepisco nell'altro comprendo lo stato dell'Io da cui provengo. Le transazioni complementari avvengono quando i vettori transazionali sono paralleli e lo stato dell'Io che risponde è quello cui ci si rivolge. Ecco dei dialoghi di esempio di comunicazione basata su una transazione complementare, tra due stati dell'Io Genitore <<>> . Ed ecco un altro esempio di transazione complementare, però tra Adulto e Adulto <<>>. Nella transazione incrociata i vettori transazionali sono incrociati. Lo stato dell'Io cui ci si rivolge non è quello che risponde. Ecco un esempio di transazione incrociata tra Genitore e Adulto <<>>. L’Analisi Transazionale è un modello molto complesso di comunicazione, che ha prodotto un metodo per la comprensione e risoluzione di problemi relazionali e di comunicazione. Analizza il linguaggio non verbale, la strutturazione del tempo della comunicazione, secondo l’esistenza di un copione, ossia di un piano di vita che determina le posizioni esistenziali con le
quali si vive, si giudica il mondo e ci si relaziona con se stessi e con l’ambiente.
giovedì 9 ottobre 2008
I Modelli della Comunicazione – II° Parte – Gli Assiomi
Ciao a tutti, scusate per il ritardo, ma non mi sono dimenticato di voi !!! Riprendiamo l'argomento con questa seconda parte dedicata agli assiomi della comunicazione; ci sarà una terza parte più interessante, non abbiate paura, dovete essere fiduciosi! Cominciamo!!!
Il modello pragmatico-relazionale si riferisce al comportamento delle persone in ambito comunicazionale. In questo modulo conosceremo i cinque assiomi della comunicazione e affronteremo i rischi legati ai messaggi paradossali che spesso gli interlocutori si scambiano. Lo studio della comunicazione si può dividere in tre settori: sintassi, semantica, pragmatica. La sintassi è la branca della linguistica che studia le regole che stabiliscono il posto che le parole occupano in una frase e come le frasi si dispongano a formare un periodo. La semantica studia il significato delle parole, degli insiemi delle parole, delle frasi e dei testi. La pragmatica studia i modi in cui è possibile usare il linguaggio in situazioni concrete. Bateson, Watzlawick, Beavin e Jackobson, gli autori del libro “La pragmatica della comunicazione umana” definiscono alcune proprietà semplici della comunicazione, che hanno fondamentali implicazioni interpersonali. Queste proprietà sono degli assiomi, cioè fatti ritenuti talmente evidenti nell'esperienza comune da non necessitare né di dimostrazione né di discussione. Questi sono i cinque assiomi della pragmatica della comunicazione umana: 1. non si può non comunicare, 2. ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione in modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione, 3. la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione, 4. gli esseri umani comunicano sia con un modulo numerico sia con quello analogico, 5. tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza. Non comunicare è impossibile: si comunica anche attraverso il comportamento e ovviamente è impossibile non avere un comportamento. L’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio. Indipendentemente dalla propria volontà infatti gli individui si scambiano un gran numero di segnali, attraverso vari canali. Ad esempio due persone che salgono insieme in ascensore e durante il tragitto guardano fisso nel vuoto, si stanno comunicando il desiderio di non comunicare. Lo studente che se ne sta per conto suo in classe durante il break sta comunicando che non vuole parlare con nessuno e i suoi compagni, in genere, recepiscono il messaggio lasciandolo stare. Immagina una situazione tipica, l’incontro tra due estranei di cui uno vuol comunicare, mentre l’altro no.
Le reazioni possibili sono: rifiuto della comunicazione, accettazione della comunicazione, squalificazione della comunicazione, sintomo come comunicazione. Ecco qualche esempio di comportamento relativo: se rifiuto la comunicazione, il messaggio implicito che invio è "mi rifiuto di comunicare", con le conseguenze espressive, verbali e non verbali della mia decisione; se accetto di comunicare posso farlo in diversi modi, anche senza utilizzare le parole. Basta che accetti la relazione, senza chiudermi; squalificare una relazione significa non ritenere gli altri e le loro informazioni utili, quindi, in qualche modo, non mettersi in relazione con gli altri; posso agire in maniera tale da esprimere i segni della mia volontà o non volontà di comunicare, ad esempio attraverso l’azione non verbale. Ogni atto comunicativo non solo trasmette informazioni, ma al tempo stesso suggerisce un comportamento. Ogni comunicazione ha quindi un aspetto di notizia e uno che informa sul modo in cui si deve assumere tale comunicazione. La capacità di metacomunicare in modo adeguato è una condizione necessaria alla comunicazione efficace, ma è anche strettamente collegata al problema della consapevolezza di sé e degli altri. Ad esempio è diverso dire "vi prego di fare silenzio per consentire il proseguimento della lezione" da "fate silenzio e seguite la lezione". Anche se hanno più o meno lo stesso contenuto, le due frasi definiscono relazioni docente/allievi molto diverse tra loro. Questo aspetto della comunicazione è in genere meno consapevole. Gli scambi comunicativi non costituiscono una sequenza ininterrotta, ma sono organizzati proprio come se seguissero una sorta di punteggiatura. E’ possibile in tal modo identificare le sequenze di chi parla e di chi risponde, definire ciò che si considera come “causa” di un comportamento, distinguendola dall'“effetto”. I modi di punteggiare una sequenza di eventi sono molto diversi e quindi possono generare conflitti di relazione. Sono infatti gli individui stessi a definire durante l’interazione la relativa punteggiatura. Ad esempio, prendiamo un insegnante e uno studente che hanno un problema di cui ciascuno ha la sua parte di responsabilità: lo studente affrontando lo studio in maniera insufficiente, l'insegnante comportandosi in maniera severa e criticando. Se spiegano il perché della loro condotta, lo studente afferma che non ha voglia di studiare perché l'insegnante ormai lo ha preso di mira e lo ha etichettato come svogliato, qualsiasi impegno scolastico sarebbe valutato in maniera insufficiente. L'insegnante invece considera questa spiegazione come una deformazione di ciò che succede realmente dal momento che lei si è fatta un'opinione negativa del ragazzo perché lui non ha voglia di studiare e critica lo studente per il suo scarso impegno. Se non si risolvono le discrepanze relative alla punteggiatura delle sequenze di comunicazione, l’interazione è un vicolo cieco. La comunicazione patologica può diventare un circolo vizioso che si interrompe solo se la comunicazione diventa l’oggetto della comunicazione stessa, cioè quando i comunicanti diventano in grado di metacomunicare, uscendo fuori dal circolo. Vi è infatti una circolarità dei comportamenti per cui è impossibile stabilire quale sia la causa e quale l’effetto. Il modulo numerico riguarda l’uso di parole, il modulo analogico consiste invece in tutte le modalità della comunicazione non verbale che servono soprattutto a trasmettere gli aspetti relativi alla relazione tra i partecipanti. Nel tradurre un messaggio analogico in uno numerico, bisogna aggiungere funzioni di verità logiche che mancano al modulo analogico. L'uomo sembra l'unico organismo che utilizza modalità analogiche e numeriche di comunicazione. Il linguaggio numerico ha permesso lo scambio di informazioni e la trasmissione di conoscenza nel corso del tempo, che altrimenti non sarebbero state possibili. C'è un settore però in cui contiamo quasi esclusivamente sulla comunicazione analogica ed è quello della relazione. Qui il linguaggio ha solo una limitata percentuale di efficacia: si può dire qualsiasi cosa con le parole, ma è difficile sostenere un'affermazione sul piano analogico se è una bugia. L’interazione simmetrica è caratterizzata dall’uguaglianza, e si ha questo tipo di interazione quando un comportamento di un membro tende a rispecchiare quello dell’altro. Le relazioni complementari sono invece caratterizzate dalla differenza esistente tra le persone: un partner assume una posizione superiore e l’altro assume una posizione inferiore. Le posizioni non implicano una valutazione come buono, cattivo, forte o debole, semplicemente definiscono il tipo di relazione che si può creare tra due individui. La relazione tra due studenti è una relazione simmetrica, la relazione insegnante-allievo è una relazione complementare. In una relazione, due diversi comportamenti che si sono adattati ai rispettivi ruoli, sono interdipendenti, cioè si richiamano a vicenda. Un individuo non impone ad un altro una relazione complementare, ma piuttosto ognuno di loro si comporta in un modo che presuppone il comportamento dell'altro e nello stesso tempo gliene fornisce le ragioni. Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari a seconda che siano basati sull'uguaglianza o sulla differenza. Il paradosso è un messaggio contraddittorio in quanto afferma contemporaneamente un concetto e il suo contrario. Ad esempio è un paradosso dire a qualcuno "non devi avere paura", in quanto l'interlocutore che ci comunica di avere paura, sta rilevando una situazione esistente e involontaria. Si ha un paradosso anche quando si afferma una cosa che successivamente viene disconfermata con il proprio comportamento o col proprio dire. Ad esempio pronunciamo elogi verso una persona per la sue qualità ed al minimo errore gli gridiamo che non è bravo a niente. Ecco un esempio di comunicazione paradossale tratto dalla storia. I nazisti avevano promesso a Sigmund Freud (il padre della Psicoanalisi) di poter uscire dall'Austria con un visto a condizione che sottoscrivesse una dichiarazione da cui trapelasse che era stato "trattato dalle autorità tedesche e in particolare dalla Gestapo con tutto il rispetto e la considerazione dovuti alla sua fama di scienziato". I nazisti volevano usare Freud per diffondere la loro propaganda nel mondo. Freud si trovò davanti ad un dilemma: sottoscrivere il documento implicava aiutare il nemico, rifiutarsi significava andare incontro a qualunque conseguenza. Ma Freud riuscì ad imporre il paradosso ai nazisti. Come? Chiese di poter aggiungere al visto frasi come queste: "Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chicchessìa", la situazione era così ribaltata. La Gestapo che aveva costretto Freud a lodarla, ma coloro che sapevano cos'era il nazismo, capivano il sarcasmo di quella lode che negava con ironia il contenuto sottoscritto per forza. Un messaggio basato sul doppio legame è codificato in modo che: asserisce qualcosa, asserisce qualcosa sulla propria asserzione, queste due asserzioni si escludono a vicenda. Quindi se il messaggio è un'ingiunzione, l'ingiunzione deve essere disobbedita per essere obbedita. Ad esempio, può capitare che i bambini possano percepire la rabbia e l'ostilità di un genitore, e che però il genitore neghi di essere arrabbiato e pretenda che il bambino ammetta che lui non è arrabbiato. Così il bambino si trova di fronte al dilemma se credere al genitore o ai propri sensi. Se crede ai propri sensi, mantiene una salda presa sulla realtà, ma incrina la sua relazione col genitore; se crede al genitore, mantiene la relazione di cui ha bisogno, ma distorce la propria percezione della realtà.
Oh Dio oggi è proprio troppo, ma so che mi perdonerete!!! Alla prossima!!!
mercoledì 1 ottobre 2008
I Modelli della Comunicazione – I° Parte
Ciao a tutti, oggi conosceremo i principali modelli della comunicazione, da quelli lineari a quelli che, invece, interpretano la comunicazione come un processo circolare e interattivo. La conoscenza dei modelli aiuta a definire sia il contesto in cui avviene una comunicazione che la relativa applicazione dei principi inerenti. Mostreremo come il destinatario rivesta un ruolo fondamentale nella costruzione del significato, che non è quindi predeterminato, ma muta al mutare delle situazioni e degli interlocutori. Lo schema di Shannon e Weaver ha l'obiettivo di individuare sia la forma generale di ogni processo comunicativo, sia i fattori fondamentali che lo costituiscono, quegli elementi, cioè, che devono essere presenti ogni qual volta si verifichi un passaggio di informazione. La fonte è l'origine dell'informazione. Essa genera un messaggio che un apparato trasmittente trasforma in segnali. I segnali a loro volta sono trasmessi mediante un canale fino al ricettore che li converte nuovamente nel messaggio ricevuto dal destinatario. Elemento di ostacolo al buon fine del processo comunicativo è il rumore, cioè la presenza di disturbi lungo il canale, che possono danneggiare i segnali. Lo spazio della comunicazione, ossia il luogo ove essa avviene, può influenzare l’apprendimento dell’esperienza e interferire con i contenuti. Lo spazio relazionale deve essere avvolto dal “silenzio” della concentrazione, dove è possibile creare ambienti favorevoli allo scambio. Il concetto di spazio è affidato a tre elementi: concentrazione, rumore, ambiente. Quanto tempo è possibile concentrarsi sull’altro e su se stessi, in una relazione? Fino a che l’interesse per quella circostanza non è terminato, o intervengono impedimenti esterni che ne determinano la fine. L’ascolto attivo è basato sulla concentrazione, il cui livello più è alto, più potrà originare risultati di sintesi soddisfacenti. E’ opportuno sottolineare che per “concentrazione” non si intende uno “sforzo”, ma la naturale dedizione ad un’attività relazionale coinvolgente. Una situazione ad alta concentrazione, dove il rumore è assente, o comunque contenuto, consente una comunicazione più ricca, sia emotivamente che razionalmente. Si riescono a percepire bene le variazioni del tono di voce, un tremore, un’indecisione. La situazione ad alta concentrazione è rara e difficile da vivere per lunghi periodi di tempo, soprattutto se il rumore è “interno”, cioè dovuto a difficoltà relazionali. Come conseguenza sia del livello di rumore, che della capacità personale, possiamo avere invece situazioni a bassa concentrazione, dove più che comunicare, si fanno “chiacchiere”. In simili situazioni, le possibilità sono due: o si “passa” il tempo (acquisizione di informazioni superficiali), o si ricorre al monologo interno, per comprendere, dall’osservazione dell’altro e di se stessi, quali sono gli impedimenti ad una comunicazione e come fare a superarli. Ogni interferenza alla comunicazione si definisce “rumore”. Un ambiente relazionale deve avere un “controllo” del rumore sufficientemente valido a limitare le interferenze. In casi estremi, quando il rumore può distorcere la comunicazione, è meglio interrompere il contatto, poiché è del tutto inutile relazionarsi per comprendere male, o non comprendere affatto. Un ambiente disponibile al flusso di comunicazione consente un buon livello di comunicazione. È un ambiente “aperto”, dove c’è spazio per parlare, ascoltare, comprendere; un ambiente privo di giudizi, di stereotipi, dove il “qui ed ora” è l’unico riferimento temporale. Un ambiente disponibile si riconosce subito dall’accoglienza, dalla distensione, dal sorriso. L’ambiente ostile, dove regna il conflitto, l’aggressività, e dove il rumore sovrasta la comunicazione, trova la sua direzione temporale nel passato, dove si ragiona per “ricordi” e le interferenze deviano il corso del flusso di comunicazione. L’ambiente ostile andrebbe affrontato con le giuste armi difensive, ma abbassando la guardia, di tanto in tanto, per vedere se, da qualche parte, fiorisce il seme della possibilità di comunicare. L’ambiente neutro è la sede del tempo futuro. Tutto quello che viene detto o fatto è interpretato e proiettato “altrove”. Perfino le emozioni mutano in altre. Spesso è la paura della chiarezza, di far domande, di sentirsi dire qualcosa di spiacevole o non corrispondente alle nostre aspettative, che genera la “fuga” in avanti, prediligendo così un ambiente neutro. Il modello linguistico-semiotico parte della considerazione che la comunicazione è efficace solo quando i codici utilizzati sono patrimonio comune a tutti i comunicanti coinvolti e quindi possono essere compresi e interpretati nella totalità del loro significato. All'emissione del messaggio corrisponde un fatto comunicativo che, per essere correttamente compreso, necessità della condivisione di un codice comune da parte dell’emittente e del destinatario del messaggio stesso. Per essere patrimonio comune i segni che costituiscono i messaggi devono far riferimento ad un codice che li regola e li struttura mediante norme ben precise. Le componenti fondamentali di un segno sono date: dal significante, ovvero la parte concreta del segno, quella percepita dai nostri sensi, e che si presenta diverso per ogni codice (ad esempio la parola "casa"); dal significato, che corrisponde al concetto cui rimanda quello specifico significante (ad esempio "costruzione per abitazione stabile"); dal referente, che indica la cosa reale cui rinvia il segno (ad esempio l'edificio reale nel quale abitiamo). Il modello psicologico-sociale pone come oggetto di studio l'osservazione del comportamento, da cui dedurre l'atteggiamento interiore e la motivazione alla comunicazione. Questo modello si basa su alcuni presupposti: il comportamento è dato dall'insieme di quelle attività che possono essere osservate da un'altra persona; l'atteggiamento viene valutato rispetto all'orientamento favorevole o sfavorevole verso l'altro; la motivazione viene ricondotta alla necessità di regolazione del comportamento, tendente a soddisfare un bisogno o a raggiungere una meta. Joe Luft e Harry Ingram, nel 1961 crearono uno schema, detto modello di consapevolezza o "finestra di Johari". Quando ci poniamo di fronte agli altri siamo disposti a rivelare alcune cose di noi (so e dico), ma non altre (so ma non dico). A dire cose che sappiamo e a tacerne altre. Tuttavia possiamo serbare dentro di noi cose che abbiamo dimenticato o di cui non siamo consapevoli (non so e non dico), o a rivelare nostro malgrado cose di cui non siamo consapevoli, ma che gli altri percepiscono e interpretano correttamente (non so e dico). Le interazioni fra i quattro quadranti determinano quattro tipi di rapporti: comunicazione aperta, informazioni che trapelano o rivelazioni inconsapevoli, confidenze o sfoghi, contagio emozionale. Conoscersi significa man mano estendere il quadrante in alto a destra (Io aperto), riducendo gli altri. La finestra si applica anche alla comunicazione non verbale e ai comportamenti. L'io aperto si mostra con gesti volontari, nel modo di vestire e negli atteggiamenti sociali. L'io inconscio e quello occulto si rivelano con atteggiamenti involontari ma ben decifrabili da chi ci osserva. Il modello conversativo-testuale studia il rapporto tra "destinatario e testo". La linguistica testuale individua la significazione di un testo considerandolo nella sua forma globale, strutturale e complessa. Il significato globale può quindi emergere da mille elementi per cui una frase rimanda ad un’altra, anche lontana nel testo (anafora), o addirittura ad elementi che nel testo sono sottintesi. Per quanto riguarda l'aspetto "conversativo" del rapporto di comunicazione, viene proposta l'immagine di un fruitore che, grazie alle proprie capacità e competenze nel costruire un'interpretazione, può arrivare ad una condizione di "riscrittura" del testo. La collaborazione del fruitore alla produzione del testo avviene dunque perché il contenuto della comunicazione muta con i destinatari, con la condizione della ricezione, con lo status sociale e culturale del fruitore, dei suoi gusti, dei suoi processi di interferenza e sovrapposizione. Secondo il modello conversativo performativo la comunicazione è un processo attraverso cui un'idea è trasferita da un emittente ad un destinatario con l'intenzione di cambiarne il comportamento. Questo approccio alla comunicazione presuppone ovviamente un forte controllo dell'intenzionalità da parte di chi lancia il messaggio. Un altro elemento indispensabile è il livello di accettabilità della comunicazione, poiché alla base di una conversazione deve esistere uno spazio di comprensione comune tra chi parla e chi ascolta, ed una disponibilità a comunicare. La comunicazione si concretizza attraverso varie funzioni chiamate "atti linguistici". Gli atti linguistici, secondo John Searle sono: atti direttivi, atti commissivi, atti dichiarativi, atti assertivi, atti espressivi, atti di domanda. Ciascun atto linguistico svolge una funzione specifica nell’interazione comunicativa.
Gli Atti direttivi: detti anche “di comando”, consistono nel rivolgere all’interlocutore delle richieste esplicite, che hanno valore solo se chi li esprime ha il diritto di formularli. Gli Atti commissivi: si riferiscono al prendere un impegno, e presuppongono un rapporto di subordinazione. Gli Atti dichiarativi: esprimono la dichiarazione esplicita di uno stato di fatto, di una posizione presa, di una linea di tendenza e producono cambiamenti nelle relazioni sociali. Gli Atti assertivi: permettono di comunicare la propria percezione della realtà. Gli Atti espressivi: servono a manifestare i propri stati d'animo e a comunicare a livello emotivo. Gli Atti di domanda: soddisfano il bisogno di chiarezza di chi comunica per poter procedere nella relazione e nelle iniziative comuni. Il linguista Roman Jakobson, ha proposto una lettura della comunicazione fra mittente e destinatario. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un contesto che possa essere percepito dal destinatario, e che sia suscettibile di verbalizzazione. In secondo luogo esige un codice interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario. Infine occorre un contatto, un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente ed il destinatario, che consenta loro di stabilire e mantenere la comunicazione. A questi distinti elementi della comunicazione Jakobson sovrappone le finalità o funzioni linguistiche, tra cui: la funzione emotiva è costituita dall’insieme degli elementi che qualificano lo stato emotivo; la funzione denotativa esprime la qualità emotiva del messaggio di chi parla; la funzione fàtica comprende tutti gli elementi della comunicazione tesi a stabilire la presenza del “contatto” tra gli interlocutori; la funzione conativa riguarda gli aspetti pragmatici della comunicazione, ovvero quelle espressioni che agiscono sul destinatario per spingerlo ad un’azione; la funzione referenziale o informativa la comunicazione è soprattutto diretta a fornire una determinata informazione sulla realtà; la funzione estetica o poetica l'attenzione del mittente è specialmente diretta verso la struttura stessa del messaggio, verso la sua organizzazione formale (come l'aspetto fonico delle parole, la scelta dei vocaboli); la funzione metalinguistica il messaggio fa riferimento ad elementi che definiscono il codice stesso (come quando si chiede chiarimenti su un certo termine). Beh l'argomento è alquanto lungo e complicato! Per oggi vi lascio e vi attendo con la prosecuzione dell'argomento il prossimo mercoledì. Grazie e buona comunicazione!!!
Fantastici corsi in internet marketing!!!
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